venerdì 4 dicembre 2015

Ai piedi del guardrail

Quando capita di trovarmi in colonna non sempre ho voglia di star lì a smanettare con la radio. Ci sono delle volte ad esempio in cui mi piace guardare fuori dal finestrino per vedere cosa c’è, cosa offre il paesaggio. Però, spesso e volentieri, ad attrarmi non è quello che si trova in cielo o su per la collina, ma al contrario quello che bazzica a bordo strada, ai piedi del guardrail. Non so se ci avete mai fatto caso, ma a terra, dalle parti del guardrail ci sono un’infinità di cose di varia origine e natura. Per lo più immondizia, è vero. Non si contano infatti i mozziconi e pacchetti di sigarette, i fazzoletti di carta e le cartacce varie. Non passano per nulla inosservati i preservativi, i copricerchi di plastica e pezzi di paraurti delle auto, nonché qualche pneumatico tutto sbrindellato.

Tuttavia ciò che più mi attrae sono gli animali morti o quello che resta delle loro piume e delle loro pellicce. Vedi questi stracci bisunti, neri di fumo e di sporcizia, e ti domandi se prima, soltanto qualche ora addietro, non fossero per caso dei gatti domestici di qualche famiglia nelle vicinanze e se non sia, quella stessa famiglia, ancora in trepida attesa del ritorno del proprio beniamino. Guardo a terra, e seguo la strada proprio in quei punti dove non passa nessuno, dove nessuno l’attraversa mai e dove invece resta impigliata la vita di tutti i giorni, il nostro quotidiano e quello dei nostri cari. Non più tardi di una settimana fa in quella lingua di erba e asfalto c’era persino una mela, una mela verde, tuttavia più che domandarmi come vi sia capitata, non ho fatto altro che osservarla dal finestrino e notare col passare dei giorni il suo lento ma inesorabile deperimento. Come se in fondo, ai piedi del guardrail, non ci fosse altro che un lunghissimo piatto da portata pieno di avanzi di vita conditi a piacere.

venerdì 8 maggio 2015

Dumbo e la sfiga

Sabato scorso mi trovavo in un centro commerciale della zona. Uno di quelli che se vuoi ci puoi abbandonare il nonno quando vai in ferie e andarlo a riprendere comodamente quando torni, senza che quest’ultimo se ne renda conto e se ne abbia a male. Una di quelle attività commerciale di proporzioni gigantesche dove ci puoi trovare facilmente dalle esche per le trote alle mutande leopardate col pizzo.
Ero lì dentro, al reparto giocattoli, per fare rifornimento di pongo quando ad un tratto m’è venuta la malsana idea di spulciare lo scaffale dei dvd proprio lì accanto. In pratica me ne sono rimasto a genuflettermi davanti ai classici Disney per un buon dieci minuti e poi di punto in bianco ho scelto di prendere Dumbo.
Dumbo l’elefantino volante: ancora non so spiegarmi bene il perché.
Forse volevo insegnare ai bambini cosa vuol dire “sfiga”, forse l’idea fondamentale era di renderli già abbastanza consapevoli dell’esistenza quell'alone di rogna che nella vita tende molto spesso a perseguitarti. O forse volevo soltanto far capire loro che una via d’uscita esiste sempre, che infine si sopravvive a tutto più o meno felicemente fuorché alla Signora colla falce.
Chissà.
Così ho preso su il dvd, mi sono caricato la badilata di pongo sulle spalle e dopo aver pagato il tutto me ne sono tornato a casa a render felice la truppa per quei dieci, barra, quindici minuti: in pratica giusto il tempo di aprire le confezioni e spalmare i mobili di roba gialla fluorescente e puzzolente.
Quando però è venuto il momento di illustrare l’argomento“sfiga” ecco che il dvd di Dumbo, comprato ad hoc, non vuol girare nel mio lettore. Tento parecchie volte di fila, imprecando anche, ma niente da fare: il disco presenta qualche difetto di fabbricazione ed evidentemente io ho beccato proprio quello.

Il martedì successivo perciò, dopo lavoro, eccomi di nuovo al centro commerciale con il dvd malcagato sulla destra e lo scontrino fiscale sulla sinistra. Il tempo di mostrare il tutto in cassa ed eccomi di nuovo al reparto giocattoli per il cambio. Vedendomi arrivare a passo spedito una commessa mi viene incontro alla Gandalf, ma anziché sfoggiare il bastone e gridarmi: “Tu-non puoi-passare!” , ecco che allarga un sorrisone da sofficino emi chiede: “Le serve qualcosa?”.
Le mostro Dumbo e lo scontrino e dico: “Purtroppo non funziona” aspettando ansioso la sua reazione, la quale, per esperienza personale, a volte risulta davvero sopra le righe. M’è capitato di trovare commessi che nella stessa situazione se la prendessero a male, che la prendessero un tantino troppo sul personale, come se stessi restituendo loro le chiavi della loro auto appena parcheggiata sottosopra e nel fossato...
Questa commessa però ha una reazione diversa, per certi versi inspiegabile. Si volta e corre a prendere su un altro dvd identico dallo scaffale, lo scarta con attenzione cercando di non rompere il nylon e me lo porge tutta festosa: “Ecco fatto” dice.
Io però resto lì un po’ perplesso: “Grazie della fiducia” le dico: “Ma cosa le fa pensare che quest’altro dvd invece funzioni? Potrebbe essere un’intera partita mal funzionante oppure, al contrario, potrebbe essere il mio lettore dvd a non funzionare bene...”
Lei però non si scompone: “Lo so” dice: “Ma non ci è possibile provarli” assumendo l’aria di quella che sta per essere assunta in cielo.
“Ah” faccio io.
“Eh” dice lei.
E poi mi dico: “Ma possibile che un simile centro commerciale non abbia uno straccio di lettore dvd? Possibile?”.
Evidentemente sì. Fatto sta che prendo su e porto via,facendo i dovuti scongiuri.
Peccato che pochi minuti dopo, a casa, ci ritroviamo tutti e quattro a fissare uno schermo nero: neanche quel dvd funziona e Dumbo comincia a starmi discretamente sulle balle poiché ho come il sospetto che il ripasso di che vuol dire “sfiga” lo stia facendo al sottoscritto.

Giovedì sera dunque, dopo aver zigzagato nel traffico pre serale, eccomi di nuovo al centro commerciale. Dvd malcagato sempre nella mano destra e scontrino sempre in quella sinistra. Entrando sfoggio la faccia di quello che non ha nulla da perdere, ma non viene interpretata bene e mi ritrovo a dover ammiccare alle vecchie in tailleur...
Vado al reparto giocattoli, questa volta senza passare dalla cassa, ma anziché ritrovare la stessa commessa, per la quale m’ero preparato un discorsetto niente male, ecco che mi ritrovo a rispiegare tutto ad un commesso in borghese. Questi ascolta attentamente, se vogliamo con gravità, il mio dettagliato resoconto e poi mi fa: “Beh, non resta che provarlo...”.
Provarlo? Provarlo? Mi viene su un’orticaria istantanea che neanche Piero Angela ne ha mai viste così.
“Ah ma allora si può fare!” gli dico ripensando a tutto il tempo perso e la benzina consumata per la gloria.
“Si può, si può...” fa lui: “Basta volerlo...”
Basta volerlo? Basta volerlo? Fortuna vuole che le uniche armi a portata di mano siano dei giocattoli... A momenti mi vien fuori il fumo dalle orecchie.
Il commesso mi fa entrare in uno stanzino dove è posizionata una tv collegata al suo bel lettore e inserito il dvd prova a farlo partire.Pochi secondi e Dumbo l’elefantino volante fa capolino sullo schermo: lui e quel topo che non ricordo come si chiama.
“Non capisco” dico al commesso: “A casa non funzionava.Evidentemente è un problema del lettore anche se tutti gli altri miei dvd funzionano...”
Il commesso però non mi risponde e fa partire il cartone animato dall’inizio.
“Non fa niente” dico: “Vorrà dire che lo regalerò a qualche amico...” aggiungo sperando che il commesso blocchi tutto e sganci il dvd... Ma lui niente, fissa la tv e tace.
Resto lì qualche minuto indeciso. Non capisco cosa stia facendo, quale sia il suo scopo finale, poi prendo coraggio: “Mi scusi ma dovrei andare...” dico.
Al che il commesso mi guarda triste e dice: “Ma come? E non lo guardiamo Dumbo?”
Lo guardo come si guarda uno che attraversa l’autostrada bendato: “Facciamo un’altra volta ok?” gli rispondo e lui, di malavoglia, mi ridà il dvd.

Pochi istanti dopo, sulla via di casa col volante in mano e Dumbo sul sedile passeggero, provo a rimettere insieme quanto accaduto per farne una storiella. Mi toccherà spiegare la “sfiga” ai bambini ricorrendo ad esempi pratici, proprio come questo.

mercoledì 22 aprile 2015

L'impressione

Oggi ho l'impressione che tutto si riduca a trovare loro un altro posto per morire. 
A fare scalpore non è la morte sott'acqua ma la morte sotto ai riflettori. 
Se le vite di queste persone fossero state spezzate sulle spiagge prima di partire, se non ci fossero barconi che affondano a poche miglia da noi, ci farebbe lo stesso effetto? 

Probabilmente no. Probabilmente neanche lo sapremmo. 

Oppure se anche ci arrivasse la notizia magari daremmo la colpa al destino

Il destino, già.


Eppure le persone sono le stesse.

Se scappano da qualcosa allora da quel qualcosa ci scappano anche a piedi.
Se sognano qualcosa allora quel qualcosa lo sognano ovunque.


Si cercano soluzioni. 

Si parla di fermare gli scafisti, di affondare i barconi, di creare una task force... Ho l’impressione che si dedichi molto più tempo a “battezzare” le operazioni che a fare altro, ma forse mi sbaglio.

Ma allora perché non insegnare invece loro a morire da un’altra parte?
Probabile che ci siano portati, che venga loro naturale.


Si potrebbe dir loro: 

“Ragazzi, se dovete scappare scappate, se dovete sognare sognate e se dovete morire morite ma non fatelo sotto ai nostri occhi, fatelo altrove e preferibilmente sparpagliati”.

giovedì 16 aprile 2015

Deferenza o deficienza?

Non so quando è giunta quell'età lì, l’età che i ragazzini ti danno del “lei” e del “signore”. Forse questo è solo un assaggio, una prima cucchiaiata di vecchiaia che è bene tapparsi il naso e prenderla subito per rinforzare gli anticorpi in vista di quella vera e definitiva. Con questo non è che voglia lamentarmi, lo facevo anch'io a suo tempo: trattavo con deferenza ogni persona che mi sembrava di un’altra epoca, cercavo il capello bianco nel minestrone di tutti i giorni: i trentenni? Gente vecchia, vecchia assai. I quarantenni? Dei matusalemme miracolati dal Signore.
Perciò se oggi tocca al sottoscritto la parte del decrepito non è che me ne possa lamentare. D'altronde me ne sto davvero dall'altra parte della barricata in mezzo ai miei ricordi e alle mie adorate cianfrusaglie.

Però abbiamo detto “deferenza” e non “deficienza” , giusto?

Sabato sono andato in un negozio di telefonia per acquistare uno smartphone (si noti bene che lo chiamo “smartphone” e non apparecchio telefonico senza filo trasportabile) ed essendo interessato ad un modello in particolare ho deciso di chiedere conferma al commesso circa alcune sue caratteristiche. Il commesso in questione avrà avuto diciotto anni (n.b.: mi riesce difficile dare un’età ai giovani uomini d’oggi, generalmente mi baso sulla proporzione tra acne e barba presente sulle loro faccette. Lo so è un tantino superficiale, ma spesso ci imbrocco) e ho notato subito in lui un atteggiamento di sufficienza nei miei confronti. Lì per lì ha preso lo smartphone dalla vetrinetta, me l’ha messo in mano e ha elencato le sue principali funzionalità dicendo: “Schermo antigraffio, batteria al litio lunga durata, antenna integrata...”.

Che? Cosa-cosa? Lì per lì ho pensato che mi stesse descrivendo il Nokia 3310, peccato che avessi il telefono tra le mani e assomigliasse più a un pannello solare marziano che a un Nokia 3310. Mi sono detto: “E poi magari sono io quello che passa per antiquato!” , io che avevo passato giorni a studiarmi il pezzo su internet, a indagare sulla qualità dei componenti, a leggere pareri su pareri di gente che quell’affare ce l’aveva già. Sono rimasto lì ancora un po’ a sentire quali altre mirabolanti qualità aveva da elencarmi il giovane commesso e poi, quando ha finito la benzina, l’ho lasciato lì a friggere come avrebbe fatto la mia prof. di storia durante un’interrogazione a sorpresa.

Ho fatto passare ancora qualche minuto fingendo di essere interessato allo smartphone (n.b.: lo ero davvero, ma prima di ricevere le delucidazioni del commesso) e poi gliel'ho restituito dicendo: “Mi spiace, non sono tanto convinto, ripasserò un’altra volta”.
Lui non ha fatto una piega, soltanto ha rimesso il telefonino nella vetrinetta richiudendola subito.
Allora mi sono avvicinato di nuovo e mettendogli una mano sulla spalla gli ho chiesto: “Non è che per caso hai dei gettoni del telefono?” e poi ho preso l’uscita.
Vedevo tutto nero, nero assoluto, come se stessi affogando nell’MS-DOS.